RISPARMIO: CON TASSI AZZERATI SU DEPOSITI E TITOLI, FONDI PIU’ ATTRATTIVI, MA EVITARE TOSATURE

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COMUNICATO STAMPA

 

RISPARMIO: CON TASSI AZZERATI SU DEPOSITI E TITOLI, FONDI PIU’ ATTRATTIVI, MA EVITARE TOSATURE

                                                                                                                        

   Con i tassi azzerati sui depositi bancari, negativi su Bot ed alcuni titoli, i Fondi comuni di investimento, che secondo l’ultimo rapporto di Mediobanca dell’agosto 2015 hanno chiuso i loro bilanci con un utile lordo ante imposte di 11 miliardi di euro (8,8 miliardi di utile lordo nel 2013), diventano più attrattivi per i risparmiatori, che tuttavia devono stare attenti alle commissioni, molto più elevate anche degli Stati Uniti.

   “Per il risparmiatore tipo buy-and-hold (il cosiddetto cassettista) è piuttosto normale essere attratto dal risparmio gestito, evitando il pericoloso fai da te in questo difficile contesto di mercato. Ma  il risparmiatore deve essere consapevole che, per ambire a rendimenti di una certa consistenza, deve aumentare il profilo di rischio e l’orizzonte temporale. I consulenti finanziari e le case d’investimento spieghino bene ai clienti cosa comporta il passaggio, in termini di rischio e rendimento attesi, dai portafogli semplici fai da te ai portafogli semplici gestiti, e da questi a portafogli complessi infine, a quelli più evoluti”- si legge sulle riviste specializzate.

   Prima di investire nei Fondi Comuni, prestare attenzione alle salate commissioni, di ingresso o di collocamento, che raffrontate con l'industria finanziaria americana, sono molto più costose ed a volte erodono  le performance di rendimento. Il rapporto di Mediobanca 8link allegato) conferma che i fondi italiani, con oneri medi di commissioni dall’1,2 fino al 2,7% sono molto più costosi dei fondi statunitensi, i quali  nel 2014 (dati ICI) sono stati pari allo 0,70% negli azionari (0,74% nel 2013, 0,83% nel 2010, 0,99% nel 2000 e nel 1990) e allo 0,57% negli obbligazionari (0,61% nel 2013, 0,64% nel 2010, 0,76% nel 2000, 0,88% nel 1990), mentre i monetari sono intorno allo 0,13% (0,17% nel 2013, 0,26% nel 2010).

    Il volume delle commissioni addebitate ai risparmiatori italiani nel 2014, pari a 2,9 miliardi di euro, è incrementato rispetto a quello dell’anno precedente (2,5 miliardi); l’incidenza media sul patrimonio gestito è invece rimasta all’1,2% (1,4% relativamente ai soli fondi comuni aperti, livello anch’esso invariato). L’incidenza delle commissioni è analoga a quelli dell’anno di crisi 2008. I costi addebitati agli azionari (2,7%) flettono, seppur di poco, rispetto al massimo storico del 2013 (2,9%), principalmente per la ridotta incidenza delle provvigioni di incentivo (0,1% contro lo 0,4% nel 2013). Anche per i bilanciati (1,7%, in lieve calo rispetto all’1,8% del 2013) le commissioni permangono elevate, con gli obbligazionari che rimangono all’1,2% (massimo dal 2001).

http://www.mbres.it/sites/default/files/resources/download_it/rapporto_fondi_2015_presentazione.pdf

      Dalle segnalazioni arrivate, oltre ad un ritocco in alto delle commissioni, le banche avrebbero inventato un espediente per mascherare le commissioni in entrata (in genere del 3%) su alcuni fondi comuni, sostituendole con commissione di collocamento o di uscita, meno chiara e trasparente.  In sostanza se venivano investiti 100 euro, con  commissione d’ingresso del 3 per cento, la banca investiva 97 applicando la commissione di ingresso. Con la commissione di collocamento o di uscita, il valore iniziale delle quote è di 100, con decurtazione  di un piccolo ammontare quotidiano, in modo che alla fine del periodo di durata del fondo (mettiamo 3 anni), il valore delle quote sia 97 euro. In tal modo viene mascherata la commissione  spalmata su tutto il periodo di investimento, che non sarà visibile neppure alla  fine dei tre anni, in quanto il  3 per cento di riduzione di valore, dovuto alla commissione di collocamento, verrà confusa con il risultato della gestione, in modo da compensarla oppure in aggiunta ad una ulteriore perdita, che occulterà l’informazione relativa al -3 per cento dovuto alla commissione di collocamento.

    Per confondere il costo addossato alla clientela e rendere più attraente un prodotto di investimento  offrendo l’impressione che la commissione di ingresso sia sparita, e nel caso di uscita anticipata  prima della scadenza, la commissione di collocamento diventerebbe una commissione di uscita.  Se l’investitore vendesse le sue quote alla fine del primo anno (sui 3 di durata), il loro valore sarebbe ridotto di 1 euro per effetto della commissione di collocamento, con l’aggiunta che la  società di gestione del fondo, si prenderebbe una commissione di 2 euro, in modo da incassare in totale i suoi 3 euro previsti. Anche con la finalità di incentivare il cliente a restare ancorato al prodotto acquistato: “meglio tenere il fondo fino alla scadenza perché le costerebbe una commissione di uscita del 2 per cento”.

 

                                                        Elio Lannutti (Adusbef) – Rosario Trefiletti (Federconsumatori)

Roma, 11 luglio 2016

 

07/11/2016

Documento n.10371

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