POLEMICHE TRA GIORNALIST. FASANELLA, CHE REPLICA! – "SÌ, HO FATTO UN ERRORE: NON HO PUBBLICATO LA BIOGRAFIA DI FLORES D’ARCAIS, ECCOLA QUI

FASANELLA, CHE REPLICA! – "SÌ, HO FATTO UN ERRORE: NON HO PUBBLICATO LA BIOGRAFIA DI FLORES D’ARCAIS, ECCOLA QUI” – “Molti degli allocchi che si erano nutriti del suo “pensiero filosofico” fecero una brutta fine o la fecero fare agli altri. Ma lui, il “giornalista giornalista”, è sempre riuscito a barcamenarsi in qualche modo. A un certo punto, si invaghì del Psi craxiano, e fu messo a dirigere Mondo Operaio"... Riceviamo e pubblichiamo: tratto da www.dagospia.itCaro Roberto, ho letto sul tuo sito una lunga lettera in cui Paolo Flores d'Arcais mi "leva la pelle" per un articolo che ho scritto per Panorama sulla nomenklatura dipietrista, un tema affrontato ell'ultimo numero di Micromega. Vorrei replicare.Mi sono limitato a fare quello che ogni giornalista (lui dice "giornalista giornalista") dovrebbe fare. E cioè: ascoltare, registrare e riferire. Nel mio pezzo parlano diversi parlamentari dell'Italia dei Valori, e sono loro le fonti delle mie notizie, citate quasi sempre con nome e cognome. Ho commesso però due errori.Il primo è di non aver telefonato al direttore di Micromega per chiedergli se effettivamente militò in Lotta Continua. Non l'ho fatto per non sentirmi rispondere per la terza volta che lui, il d'Arcais, non parla con i giornalisti di Panorama perché li considera, come dire?, schifezza. Questa era più o meno la risposta che mi diede in due altre occasioni, quando lo chiamai per verificare alcune notizie sui "girotondini".La stessa risposta che mi aveva dato anche una sua amica, Franca Rame, alla quale avevo telefonato per chiederle di commentare un'informazione che la riguardava. "Signora", provai a spiegarle, "io mi chiamo Giovanni Fasanella, non Silvio Berlusconi". Ma non volle sentir ragioni e mi confermò il disagio che provava per il solo fatto di parlare con un "giornalista di Berlusconi"."Pensi un po', signora, il disagio che dovrei provare io per il solo fatto di essere al telefono con lei, una militante del Soccorso Rosso che negli anni Settanta promuoveva azioni di solidarietà militante con i terroristi delle Brigate Rosse". E riattaccai.Ho sbagliato, sì: avrei dovuto chiamare il Flores per la terza volta, farmi insultare di nuovo e registrare la sua risposta. Perché è così che fanno i "giornalisti giornalisti" come lui. E fa bene a raddoppiare, perché altrimenti nessuno ci crederebbe che il principe dei moralisti è anche un giornalista, visto che si è accorto con molto ritardo che Antonio Di Pietro e il suo partito non sono proprio delle verginelle.Il secondo errore è quello di non aver mai approfondito la biografia del d'Arcais. Provo a rimediare in qualche modo, caro Roberto, se mi concedi ancora un po' del tuo spazio. In effetti, non militò in Lotta Continua, come sostiene Aurelio Misiti, deputato dell'Idv. Ma alla fine degli anni '60 era già un leader rivoluzionario, direttore della rivista Soviet. Poi, allievo del filosofo marxista (allora) Lucio Colletti, lavorava con lui a "La Sinistra".Non so se è vero, ma Michele Brambilla, che ha dedicato molte ricerche al rapporto tra intellettuali e lotta armata, sostiene che ne era il condirettore. Riferendosi ai progetti rivoluzionari di Giangiacomo Feltrinelli, Brambilla scrive: "Erano forse, quelli di Feltrinelli, pruriti intellettuali di un rivoluzionario da salotto? Un fenomeno limitato? Nient'affatto. Feltrinelli non era un isolato.Non a caso una parte del suo saggio Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia! Fu pubblicato anche da "La Sinistra", giornale diretto da Lucio Colletti e Paolo Flores d'Arcais". In effetti, conferma il figlio di Feltrinelli, Carlo, nel libro dedicato al padre, Senior Service, "La Sinistra" era un giornale sul quale l'editore-guerrigliero aveva puntato gli occhi (e investito anche qualche lira) per organizzare l'insurrezione nel Sud Italia.Si ricorda ancora oggi il numero di quel giornale in cui venne pubblicato un manuale per la fabbricazione di bombe molotov. Colletti, dopo l'uscita di Senior Service, confermò tutto, ma spiegò anche che lui abbandonò subito la rivista. Non so se lo stesso comportamento tenne anche il d'Arcais. Certo è che l'attuale difensore a oltranza della legalità, fu uno dei leader del Sessantotto romano (ricordate lo slogan: "Lo stato borghese si abbatte non si cambia"?), che ha prodotto il fior fiore dell'autonomia e del brigatismo più feroce (quello che ha organizzato il sequestro Moro, per intenderci).Molti degli allocchi che si erano nutriti del "pensiero filosofico" del d'Arcais fecero una brutta fine o la fecero fare agli altri. Ma lui, il "giornalista giornalista", è sempre riuscito a barcamenarsi in qualche modo. A un certo punto, si invaghì del Psi craxiano, e fu messo a dirigere Mondo Operaio."Campava con il Psi", racconta Giancarlo Perna in un gustosissimo ritratto, "ogni mese l'amministratore del partito, Rino Formica, seduto al suo tavolo, lo pagava contando a voce alta le mazzette "centomila, trecentomila...un milione....Ma quanto c...zo costa questo intellettuale!, diceva nel suo barese con la erre moscia". Altri tempi, vero? Però, mentre Formica contava i soldi, il d'Arcais non dimenticava certo i vecchi compagni d'un tempo.Quando Pietro Calogero inquisì i capi di Autonomia (il famoso processo "7 aprile"), lui fu uno di quegli intellettuali intellettuali di sinistra che si misero di traverso, disturbando l'azione della magistratura.Peccato, perché se il giudice padovano avesse potuto lavorare in tutta tranquillità, senza condizionamenti esterni (non so come li definirebbe oggi, il d'Arcais) da parte di poteri palesi e occulti, le autorità francesi non avrebbero abbassato le saracinesche negando l'accesso ai loro archivi, e forse si sarebbe scoperta quella centrale parigina che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa considerava il "cervello politico" delle Br.Ma allora non andava di moda schierarsi dalla parte dei magistrati che facevano il proprio dovere, e Flores -racconta ancora Perna- sparava a palle incatenate contro di loro: "La parola di chi denuncia contro la parola di chi è imputato, fossero anche di pari forza, garantismo vorrebbe che "in dubbio pro reo".....Per condannare gli untori di manzoniana memoria, bastava la parola di un vicino di casa, mentre ogni delitto va provato al di là di ogni ragionevole dubbio....Ogni giorno di carcere preventivo grida vendetta di fronte alla legge....il carcere deve seguire l'esibizione di prove, non essere strumento per ricercarle".Già, davvero altri tempi: la "rivoluzione" di "mani pulite", con il suo "tintinnio di manette", era ancora di là da venire. E il d'Arcais stravedeva persino per Corrado Carnevale (ricordate, il magistrato accusato anche da Micromega di essere in pratica un filo-mafioso?).Quando il giudice della Cassazione prese un provvedimento a favore di un suo vecchio conoscente, Oreste Scalzone (quello fuggito a Parigi), il d'Arcais non esitò a impugnare la penna per difendere il "giudice ammazzasentenze": "Del tutto discutibile la critica che gli viene rivolta per eccessi di garantismo. Si dice che annullando le condanne contro la mafia, tanti criminali vengono avvantaggiati. Verissimo. Ma non se ne esce praticando una maggiore disinvoltura procedurale, ma investendo in strutture perché le prove vengano trovate».Va bene. Va benissimo. Il direttore di Micromega dirà che è sempre stato coerente, che un filo unico percorre l'intera sua storia, da Soviet ad oggi: la difesa della legalità. Certo. Ed è proprio così che si spiega anche la partecipazione ai movimenti del d'Arcais di tanti intellettuali con un percorso simile al suo.A cominciare da Dario Fo, Franca Rame e Pancho Pardi: negli anni Settanta, i primi due erano animatori del Soccorso Rosso, il terzo un dirigente di Potere Operaio che teorizzava il passaggio alla clandestinità per condurre la lotta armata.Caro Roberto, questa mia ricostruzione contiene sicuramente qualche errore o è lacunosa. Ma spero che il d'Arcais accetti di parlare con il giornalista (una volta sola) di Panorama, magari turandosi il naso, per eventualmente correggere e integrare, rispondendo a qualche domanda sul rapporto tra cultura e lotta armata che i giornali giornali, le cui redazioni culturali sono piene di giornalisti giornalisti suoi amici amici, non gli hanno mai posto.Grazie per l'ospitalità.Giovanni Fasanella

06/10/2009

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